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Ripartiamo dall’acqua bene comune

Al 31 dicembre 2020, la quotazione al Chicago Mercantile Exchange (CME) del Nasdaq Veles California Water Index – ovvero il nuovo contratto future sull’acqua – valeva 496 dollari per piede acro, una unità di misura comunemente usata negli USA, che corrisponde a 1.233 metri cubi. Oggi la quotazione oscilla attorno ai 524 dollari, con un incremento in un mese e mezzo del 5,6%.

Questi rischi di speculazioni al rialzo confermano la censura di Pedro Arrojo-Agudo dell’ONU che ha recentemente dichiarato: “…non si può attribuire un valore all’acqua come fosse una merce negoziabile, l’acqua appartiene a tutti, è un bene pubblico. È strettamente legato a tutte le nostre vite e ai nostri mezzi di sostentamento, ed è una componente essenziale della salute pubblica”.

Sulla base di una recente indagine statistica dell’Istat, in Italia – primo Paese in Europa per prelievo di acqua per uso potabile – poco meno della metà del volume di acqua prelevata alla fonte (esattamente il 47,9%) non raggiunge gli utenti finali, a causa delle dispersioni idriche dalle reti di adduzione e di distribuzione. Considerando che ogni anno il prelievo di acqua potabile è di circa 9,5 miliardi di metri cubi, ne deriva che – valorizzando lo spreco ai prezzi di mercato di fine anno – otterremmo la stratosferica cifra di 1,8 miliardi di dollari di perdite dovute ad una rete che fa letteralmente acqua. Le mancate manutenzioni della rete autostradale si manifestano platealmente con crolli di ponti e di cavalcavia; le perdite d’acqua sono un fiume sotterraneo, che scorre silenzioso, non fa rumore e viene addebitato in bolletta agli utenti finali.

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Eppure la corretta gestione delle risorse idriche e i servizi ad essa correlata sono elementi fondamentali per la crescita economica, per il benessere dei cittadini, per la sostenibilità ambientale e per il raggiungimento di due dei 17 obiettivi dell’agenda 2030 dell’ONU (Sustainable Development Goals – SDGs), in particolare il Goal 6 (“Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico sanitarie”) e i Goal 14 (“Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”). Si perché la nostra salute dipende in gran parte dall’acqua che beviamo e dal cibo che mangiamo e il settore agricolo è il maggiore utilizzatore di acqua, con più del 50% del volume complessivo destinato all’irrigazione.

Tanto per cambiare, anche sotto il profilo della gestione delle acque abbiamo due Italie, nord da un lato e centro sud dall’altro: un comune su tre registra perdite totali superiori al 45%. Le condizioni di massima criticità, con valori superiori al 65%, sono state registrate a Chieti (74,7%), Frosinone (73,8%), Latina (69,7%) e Rieti (67,8%); al contrario una situazione infrastrutturale nettamente migliore, con perdite idriche totali inferiori al 25%, si registra invece in circa un comune su cinque, con i valori più bassi, inferiori al 15%, a Biella (9,7%), Pavia (13,5%), Mantova (14,2%), Milano (14,3%), Monza (14,5%), Pordenone (14,5%), Macerata (14,8%). Lo stesso vale per i divieti di balneazione per l’intera stagione balneare a causa dei livelli di contaminanti oltre le soglie di rischio per la salute: in Sicilia, Campania e Calabria, più del 2% di costa monitorata è stata interdetta ai bagnanti, soprattutto per la presenza di scarichi delle acque reflue urbane che possono dare origine a fenomeni di inquinamento.

Una recente analisi si è interrogata su quanta parte dei fondi del NGEU siano destinati alla resilienza della nostra rete idrica. Si osserva che, relativamente alla seconda missione – delle sei individuate del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – che riguarda gli interventi mirati alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” si parla di: “promuovere l’utilizzo sostenibile (civile ed irriguo) della risorsa idrica e la qualità di acque interne e marine”; di “messa in sicurezza della rete idrica primaria e secondaria”; di “riduzione degli sprechi di acqua nelle reti di adduzione”; di “adeguare i sistemi di depurazione alle direttive europee”; di “gestione sostenibile nell’agricoltura e di adattamento al cambiamento climatico nei Comuni”…Tutte parole che colpiscono nel segno. Peccato che sul “come” tali interventi si debbano attuare, si parli genericamente di: “un’azione di riforma complessiva che consiste in un processo di rafforzamento della governance del servizio idrico integrato, con l’obiettivo di affidare il servizio a gestori integrati nelle aree del Paese in cui questo non è ancora avvenuto”.

Queste parole fanno temere una ulteriore concentrazione oligopolistica dei servizi e allontanano la speranza che non si voglia cogliere l’occasione dei 193 mld del Dispositivo Europeo di Ripresa e Resilienza (RRF) per finanziare gli investimenti necessari alla rete idrica. Ciò avrebbe posto le premesse per tornare a un modello invocato da 26 milioni di cittadini italiani nel disatteso referendum del giugno 2011, secondo il quale sull’acqua non si sarebbe dovuto più fare profitto.

La differenza è tutta qui: se ci si rivolge ai mercati finanziari per raccogliere i capitali necessari per gli investimenti, i mercati finanziari richiedono di essere remunerati con generose distribuzioni di dividendi.

Se invece si vuole evitare di estrarre profitto dai beni comuni fondamentali come l’acqua, l’aria, la salute, l’istruzione, la tutela del paesaggio, ecc. non c’è alternativa: il finanziamento di questi beni materiali e immateriali, da cui discendono i diritti fondamentali della persona, devono essere finanziati da fondi pubblici e dalla fiscalità generale, non dai mercati finanziari. Inoltre la gestione deve sperimentare forme di governance trasparenti e partecipate dalle comunità locali che dei servizi fruiscono.

È qui che il tema dei beni comuni – tornato alla ribalda dopo la raccolta delle firme della legge d’iniziativa popolare del Comitato intitolato a Stefano Rodotà – si lega indissolubilmente al tema del fisco. È qui che ogni ricetta di flat tax crolla miseramente. È qui che ogni disarticolazione e asimmetria del federalismo fiscale mostra tutto il suo carico di disuguaglianze presenti e future. È qui che emerge in tutta evidenza che 100 miliardi e passa di evasione fiscale l’anno sono un tradimento colpevole della nostra Costituzione. È qui che i traccheggiamenti dell’Europa e dell’OCSE sulla fine dei paradisi fiscali, interni ed esterni, e su una armonizzazione della web tax sono un calcio in faccia ai cittadini che pretendono una democrazia sostanziale.

Antonella Trocino

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