L’OPS UniCredit–BPM non è progresso: è concentrazione finanziaria travestita da strategia industriale.

Altro che consolidamento utile al Paese: l’offerta pubblica di scambio promossa da UniCredit su Banco BPM è il simbolo di un modello bancario che concentra potere, automatizza decisioni, riduce credito alle imprese e desertifica i territori.

Mentre il dibattito politico si concentra sull’uso del Golden Power da parte del Governo Meloni, rischia di passare sotto silenzio una domanda fondamentale: l’OPS lanciata da UniCredit su Banco BPM è davvero nell’interesse dell’economia italiana? O si tratta, al contrario, dell’ennesima tappa di una trasformazione strutturale che concentra il potere bancario, automatizza la finanza e marginalizza il tessuto produttivo?

Insieme al prof.Maurizio Baravelli ( Rivista Bancaria – Minerva Bancaria n. 4/2023 ) ho sostenuto che le grandi fusioni bancarie oggi in corso, come quella tra UniCredit e BPM, non vanno lette solo in chiave societaria. Esse rappresentano anche una concentrazione di potere decisionale e algoritmico, che ha conseguenze profonde sul credito, sul lavoro e sull’accesso al sistema finanziario.

Un oligopolio bancario che riduce la concorrenza

Se l’operazione andasse in porto, il sistema bancario italiano verrebbe sostanzialmente ulteriormente polarizzato tra due giganti: Intesa Sanpaolo e UniCredit. Gia’ oggi , come si evince dai dati tratti dall’appendice alla relazione della banca d’Italia al 31/12/2024 ,  nei primi  3 gruppi sono concentrati il 60% degli impieghi delle banche italiane , che salgono all’80 per cento con i primi 5 gruppi.

 

 

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Guardando al confronto dell’indice di Herfindal (che varia tra 0 e 1, con uno che rappresenta il monopolio assoluto), che scandaglia tutto il sistema e non solo la “testa”, il confronto è ancora più impietoso:

la Germania, che ha una tessuto manifatturiero simile all’Italia, ha un indice di Herfindal calcolato sul credito di 0,0126, la Francia di 0,061, l’Italia di 0,069; aggiornati a fine 2024. https://data.ecb.europa.eu/data/datasets/SSI/SSI.A.IT.122C.H20.X.U6.Z0Z.Z

Altro che mercato competitivo: ci troveremmo in presenza di un sostanziale duopolio , dove le politiche creditizie, di pricing e di servizio vengono decise da algoritmi centralizzati, ottimizzati per gli interessi degli azionisti e non per quelli dell’economia reale.

In queste condizioni, le piccole e medie imprese – ossatura del sistema produttivo italiano – hanno sempre meno accesso a finanziamenti personalizzati, e sempre più bisogno di adattarsi a logiche standardizzate, spesso disegnate da modelli di scoring automatici.

L’illusione dell’efficienza: sportelli chiusi, territori abbandonati

Il mantra dell’efficienza operativa giustifica da anni una sistematica desertificazione degli sportelli bancari, soprattutto nei territori più fragili: aree interne, piccoli centri, periferie urbane. Le fusioni non migliorano il servizio: lo riducono. Il cliente non ha più un referente, ma un’interfaccia. Il rischio di esclusione bancaria – per anziani, migranti, piccole imprese non digitalizzate – aumenta.

In cambio, l’operazione promette risparmi di costo e incrementi di valore per gli azionisti, in larga parte rappresentati da grandi fondi internazionali, che hanno tutto l’interesse a un sistema bancario snello, scalabile, redditizio. Ma questa logica è incompatibile con una banca di territorio, inclusiva, paziente.

Middle management sacrificato, professionalità in declino

Un’altra vittima silenziosa di questa trasformazione è il middle management bancario, storicamente composto da figure professionali capaci di leggere i bilanci delle imprese, negoziare soluzioni, sostenere l’economia locale. Con l’avanzare dell’intelligenza artificiale e delle logiche “data-driven”, il giudizio umano viene progressivamente sostituito da logiche automatiche. Il mestiere bancario si impoverisce, e con esso la qualità delle relazioni tra banca e impresa.

Il Golden Power come alibi (debole) di una politica industriale assente

Il Governo ha provato a opporsi all’OPS invocando il Golden Power, ma lo ha fatto con argomenti inconsistenti: l’obbligo di uscita dal mercato russo e la tutela di asset come Anima Holding non incidono realmente sul problema di fondo. Il vero nodo – la qualità del credito, la concentrazione del potere finanziario, la coerenza tra banca e territorio – resta fuori dalla discussione istituzionale.

E mentre Bruxelles prepara una sanzione per violazione delle regole sulla concorrenza, ci si interroga su quale debba essere la sovranità da difendere: quella dei capitali o quella dell’economia reale?

Un’operazione da fermare

Alla luce di tutto questo, la nostra posizione è chiara: l’OPS UniCredit–BPM non è un’operazione di sistema, ma un’operazione di mercato che serve una logica finanziaria concentrata, orientata alla valorizzazione degli asset, non alla costruzione di un sistema bancario più equo, diffuso e vicino all’economia reale.

L’Italia ha bisogno di un pluralismo bancario, di una maggiore responsabilità sociale del credito, e di una politica industriale che non deleghi agli algoritmi il futuro delle imprese.

Il tempo per invertire la rotta è poco, ma non è ancora finito.

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Giovanni Bianchini
Giovanni Bianchini
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