I valori istituenti dei beni comuni

di Gilda Farrell, ex-Capo Divisione Coesione Sociale, Ricerca e Prospettiva del Consiglio di Europa e membro dell’Advisory Board di Fondazione Communia.

Col concetto di beni comuni ci riferiamo, oggi, ai diversi tipi di creazione, condivisione, conservazione e cura di beni materiali o immateriali condivisi dai cittadini. Concetto e prassi dei beni comuni si associano così al potere di una cittadinanza attiva, le cui capacità istituenti, cioè le facoltà a formulare autonomamente regole e principi, si forgiano lungo i processi di riconoscimento delle funzioni essenziali di questi beni nella garanzia di una vita dignitosa. Cioè, nella preservazione del senso, nell’esercizio democratico e il rinnovo delle forme di partecipazione sociopolitica, ecologica, culturale ed economica, nel mantenimento dei territori e dei simboli d’appartenenza, nell’affermazione dei diritti delle generazioni future e della terra.

Se i beni comuni “ancestrali” vengono riconosciuti nell’equa condivisione collettiva, il loro raggio di influenza e di beneficio – nonché la titolarità degli aventi diritto – si limita alla comunità tradizionale di ancoraggio, poiché essi riguardano in particolare la terra, le foreste, l’acqua, i prodotti della pesca. Il loro perimetro comune coincide spesso con quello delle relazioni familiari e di conoscenza reciproca.

Invece, la versione «contemporanea» dei beni comuni è l’espressione politica della consapevolezza dei legami tra le forme di creazione, appropriazione, accesso e fruizione dei beni e la preservazione dell’integrità umana e della terra. Essi sono l’espressione politica di forme di resistenza all’eccesso, all’immoderazione e all’indifferenza. Essi esprimono soluzioni ai problemi generati dalla frammentazione, la stigmatizzazione e le forme di paralizzi della cittadinanza attiva, collocando al centro delle interrelazioni la nozione di “bisogni collettivi” o di “bisogni da risolvere collettivamente”. Le capacità forgiate dalle resistenze consentono l’emergenza di nuovi mosaici concettuali, di governance…cioè, di sinergie inaspettate.

A differenza dei beni comuni “ancestrali”, quelli che chiamammo beni comuni contemporanei non si fondano su relazioni familiari, di prossimità o d’affinità identitaria, ma collegano persone con interessi o posizioni sociali distinti. Il loro processo di sviluppo è quindi tutt’altro che facile, anzi può rivelarsi impegnativo e talvolta persino arduo. Il loro successo dipende molto dalla possibilità di avviare attività concrete. Richard Sennett1 utilizza il termine di «cooperazione tosta”, per segnalare i processi che implicano dialogo e mediazione tra persone diverse.

I beni comuni che nascono dalla “cooperazione tosta” mettono alla portata di un’umanità eterogenea soluzioni praticabili di fronte al diffuso sentimento di solitudine, di impotenza, di alienazione, alla paura di dover accettare la corsa alla propria distruzione, prodotta dall’economia speculativa e artificiale, dall’erosione dei servizi pubblici, dall’accelerazione della vita quotidiana con il conseguente fardello di sprechi e insoddisfazioni, fenomeni questi che paralizzano le potenzialità umane.

Tali beni comuni non sono quindi soltanto “patrimoni”, ma processi istituenti, fondati su valori inerenti al ripristino dell’equità, dell’equilibrio, della giustizia, della convivenza pacifica. La questione odierna è come rendere visibili e condividibili quei valori istituenti. Essi costituiscono di fatto le basi di nuove istituzioni, indispensabili ad aprire l’orizzonte dell’avvenire. Non si tratta quindi di elencare principi morali che, pur restando indispensabili, a volte servono soltanto da etichette. Si tratta piuttosto di iniziare un esercizio di prospettiva, di immaginare la società in cui si desidera vivere e di conseguenza i valori che forgiano il rapporto tra cittadinanza e beni. E ciò non come un esercizio teorico, ma come riflessione intimamente connessa alle pratiche concrete. Se accettiamo con Saitò2 che “il mondo in cui vogliamo vivere è solo un giudizio di valore”, tale giudizio valoriale non può costituirsi in astratto.

Tentiamo dunque una definizione di valori istituenti. Essi sono un insieme di riferimenti deontologici/etico-politici -creati attraverso la partecipazione consapevole – volti a evidenziare e favorire scelte e comportamenti nei confronti dei beni, della terra e degli altri. Tali riferimenti definiscono l’ambito dell’azione comune, in un tipo di società in cui le generazioni presenti e future possano rispettare la vita, esprimere le proprie libertà creative e condividere conoscenza e benessere. Essi costituiscono il fondamento di nuove istituzioni, la cui funzione essenziale è favorire cambiamenti nelle priorità, nei comportamenti e nelle prospettive, non imponendo regole o codici di condotta, ma incoraggiando la realizzazione di visioni, i cui principi e obiettivi vengono decisi congiuntamente. Il grafico seguente mostra esempi di valori istituenti organizzati intorno a 4 dimensioni della vita collettiva.

Siamo davanti a processi generativi circolari. I beni comuni generano dei valori istituenti e questi ultimi rinforzano la loro capacità moltiplicativa e trasformatrice. Perciò, diventa essenziale definire il perimetro valoriale dei beni comuni.

I valori istituenti sono dunque prodotto d’una azione riflessiva comune piuttosto che da valori individuali “preesistenti”. Questo non nega il fatto che valori morali, derivanti da tradizioni politiche o religiose, possano avere dei ruoli nell’istituire beni comuni. Comunque, i valori istituenti risultano da ciò che chiameremo intersoggettività axiologica, La loro dimensione trascendente non è un fenomeno religioso o puramente filosofico, ma resulta dell’integrazione nelle scelte concrete dell’idea di continuità della vita, cioè delle generazioni future.

Per concludere, guardare alla dimensione instituente dei beni comuni significa concepire le istituzioni future come prodotto di dinamiche interattive. A questo proposito, ricordiamo David Graeber, che nel suo libro Burocrazia ricorda che: “ In Europa, le principali istituzioni che in seguito costituirono lo stato sociale – assicurazioni sociali, pensioni, biblioteche pubbliche e altri sistemi sanitari pubblici – non ebbero origine nei governi, ma nei sindacati, nelle associazioni di quartiere, nelle cooperative, nei partiti operai e in tutti i tipi di organizzazioni, molte delle quali furono coinvolte in progetti impegnativi di trasformazione rivoluzionaria, volti a costruire una nuova società a partire da quella vecchia, cioè a formare gradualmente istituzioni sociali a partire della base”. E quest’idea di “nuove istituzioni” , derivanti da processi valoriali, è tanto più sfidante che delegare alle tecnologie la creatività sociale è uno degli elementi più marcanti dell’alienazione odierna.

1 Sennet, Richard, Ensemble, pour une éthique de la coopération, Albin Michel, 2023 p. 17

2 Saitò, Kòhei, Moins! , La décroissance est une philosophie, Éditions du Seuil , 2024, p. 243

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Antonella Trocino
Antonella Trocino
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