In Israele si moltiplicano le proteste contro il Governo Netanyahu e la continuazione della “guerra”. Iniziative da accogliere senz’altro con favore e da sostenere. Ma i resoconti delle manifestazioni suggeriscono qualche considerazione.
All’inizio del luglio scorso, si è svolta una manifestazione di un gruppo di pacificisti israeliani davanti alle basi da cui partono gli aerei che bombardano Gaza. I manifestanti si sono schierati in fila mostrando le fotografie dei bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano, nell’intento di spingere i piloti a rifiutarsi di proseguire il massacro. Nel video, alcuni sostengono che gli israeliani sono impauriti e, per questo, hanno bisogno di aggredire. Il resoconto sottolinea, inltre, come questi manifestanti siano una sparuta minoranza, come siano spesso minacciati e insultati con l’epiteto di “traditori” e come per evitare possibili aggressioni facciano ritorno a casa separatamente*.
Domenica scorsa, le organizzazioni delle famiglie degli ostaggi hanno promosso una giornata di sciopero generale e manifestazioni in tutto il paese per protestare contro l’espansione delle operazioni militari e chiedere un accordo per la liberazione degli ostaggi. Gli organizzatori sostengono che la partecipazione ha raggiunto i due milioni e mezzo di persone**.
Senza fare riferimento a un noto sondaggio sul consenso degli israeliani al trasferimento della popolazione di Gaza, il cui esito è oggetto di controversia per le metodiche di campionamento adottate***, è evidente il diverso senso delle due manifestazioni di cui sopra.
La cessazione delle attività militari a Gaza e in Cisgiordania è indubbiamente un obiettivo auspicabile, indipendentemente dalle ragioni per cui venga richiesto dai protestanti. Inoltre, è pienamente comprensibile, condivisibile e legittimo lo sforzo coraggioso dei familiari degli ostaggi di spingere il governo a dare priorità alla liberazione dei loro cari. Ovviamente, sarebbe ingiustificato sostenere che queste proteste siano motivate esclusivamente dall’interesse personale, dei familiari degli ostaggi, e dall’empatia indotta negli altri israeliani. Tale affermazione equivarrebbe a dire che, in assenza di ostaggi, tutti sarebbero rimasti a casa e avrebbero continuato ad appoggiare l’operato del governo. Insomma, come si può escludere che un imprecisato numero di “non parenti”, e anche di “parenti”, abbia manifestato anche perché spinto dall’orrore del massacro in atto (accantoniamo per un momento la definizione di genocidio, che ai presenti fini non rileva)?
Detto questo, però, è impossibile non cogliere il differente atteggiamento dei pochi manifestanti che sorreggevano le fotografie dei bambini uccisi a Gaza, il cui unico e dichiarato fine era quello di riaffermare il diritto alla vita di tutte le persone, anche di quelle che il ricercato ed ex ministro della Difesa Yoav Gallant ha definito “animali umani”. Questi sparuti manifestanti rappresentano certamente la “discontinuità” dall’attuale Stato di Israele che, a mio avviso, è condizione imprescindibile per la nascita del futuro Israele.
*https://www.ilpost.it/2025/08/17/sciopero-israele-famiglie-ostaggi/
**https://www.rsi.ch/info/mondo/Le-piazze-di-Israele-raccontano-i-due-volti-della-guerra–2888706.html



