Bene comune o ROE al 20%? La domanda che le Linee guida CEI pongono alle banche

Le nuove Linee guida della Conferenza Episcopale Italiana sugli investimenti etici e sostenibili1 affermano un principio apparentemente semplice: la finanza è positiva quando è al servizio del bene comune e dell’economia reale. Non quando diventa un fine in sé.

Nello stesso tempo i principali gruppi bancari europei perseguono obiettivi di redditività sempre più elevata. Di recente una delle maggiori banche italiane ha indicato l’obiettivo di un ROE vicino o superiore al 20%.

La domanda allora non è polemica. È una domanda di valenza sistemica: un ROE del 20% è compatibile con il bene comune?

Le Linee guida CEI affermano alcuni principi che, se presi sul serio, mettono in discussione una parte rilevante del modello di business oggi dominante nel sistema finanziario e non solo.

Non è tanto una questione di ESG o di esclusione di alcuni settori. È qualcosa di più profondo. La CEI richiama infatti il primato del bene comune, la subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni, la necessità che la finanza sia al servizio dell’economia reale e la critica a ogni concezione che trasformi il profitto nell’unico criterio di giudizio. Particolarmente significativo è il passaggio nel quale si afferma che i problemi della finanza nascono quando si persegue «l’obiettivo del massimo profitto» mettendo in secondo piano il bene comune e la valorizzazione della persona umana.

La questione non è l’esistenza del profitto, ma quel principio già presente negli articoli 41, 42 e 43 della nostra Carta Costituzionale: la funzione sociale della proprietà privata, la preminenza dell’interesse generale sull’interesse privato.

Una banca deve produrre utili. Una banca che non produce utili distrugge capitale, riduce la propria capacità di finanziare l’economia e mette a rischio risparmiatori e dipendenti. Anche la Dottrina sociale della Chiesa riconosce la legittimità del profitto.

La vera domanda è un’altra: da dove proviene quel profitto e come viene distribuito? Un ROE del 20% non cade dal cielo. Nasce da una combinazione di fattori: riduzione dei costi, incremento dei margini, aumento delle commissioni, utilizzo della tecnologia, minore assorbimento di capitale e crescente remunerazione degli azionisti. Fin qui nulla di anomalo.

Ma quando la ricerca della redditività diventa l’obiettivo dominante emergono alcuni interrogativi. Negli ultimi vent’anni il sistema bancario italiano ha conosciuto una drastica riduzione del numero degli intermediari, una forte concentrazione delle decisioni, la chiusura di migliaia di sportelli che ha prodotto un fenomeno di “desertificazione bancaria”, l’ingresso notevole nell’azionariato di riferimento delle “big three” dell’asset management USA1 e una crescente standardizzazione dei processi di credito. Un processo favorito anche dalle trasformazioni normative che hanno promosso e accelerato il consolidamento del settore.

Parallelamente si è assistito a una riduzione della biodiversità bancaria: meno istituti di credito, riduzione ad unicum delle forme giuridiche, riduzione della pluralità dei modelli di business, minore concorrenza e una crescente tendenza a trasferire il rischio di credito verso il mercato attraverso cartolarizzazioni, fondi di debito, piattaforme di digital lending e strumenti di private credit.

Questa evoluzione non appare né propizia, né coerente con il tessuto produttivo della nostra economia dove le grandi imprese, con oltre 250 addetti, sono appena lo 0,1 per cento, anche se realizzano il 34,5 per cento del valore aggiunto e il 44,9 per cento degli investimenti. Tuttavia il 42,3 per cento dei lavoratori svolge l’attività lavorativa nelle microimprese (fino a 10 dipendenti), il 23,9 per cento nelle grandi e il 33,8 per cento nelle imprese tra i 10 e i 249 addetti2. Le piccole e medie imprese italiane possono crescere grazie a un sistema caratterizzato da pluralità di intermediari, diffusione territoriale, decentramento decisionale e relazioni di lungo periodo. Oggi molte imprese trovano capitale, ma sempre meno trovano una banca. E una banca non può essere soltanto un fornitore di denaro. È un soggetto che conosce il territorio, interpreta i numeri, accompagna lo sviluppo e assume responsabilità nelle scelte di finanziamento.

Anche sul piano organizzativo il prezzo dell’efficienza merita una riflessione. La centralizzazione delle decisioni, l’algoritmizzazione del credito e la progressiva dequalificazione del middle management hanno certamente migliorato alcuni indicatori economici. Ma resta aperta una domanda: quanto capitale professionale e quanta capacità di giudizio sono andati perduti lungo il percorso?

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. L’aumento dei tassi deciso dalla BCE ha prodotto risultati straordinari per molte banche. I tassi applicati a famiglie e imprese sono cresciuti rapidamente, mentre la remunerazione dei depositi a vista è aumentata molto più lentamente. Dal punto di vista del mercato tutto questo è perfettamente legittimo. Dal punto di vista del bene comune la questione è più controversa.

Sorge spontanea una domanda: quando il valore viene trasferito prevalentemente dagli utilizzatori del credito agli azionisti, il sistema sta creando nuova ricchezza oppure sta semplicemente redistribuendola secondo logiche regressive? Se il bene comune è il criterio di giudizio, chi beneficia realmente della creazione di valore? Gli azionisti e il top management oppure anche i lavoratori, le imprese clienti, le comunità locali e i territori?

Le Linee guida CEI pongono indirettamente anche una seconda questione, forse ancora più interessante. L’etica riguarda soltanto gli investimenti effettuati oppure anche il modello economico degli intermediari che li gestiscono? È sufficiente investire in un fondo ESG oppure occorre interrogarsi anche sulle modalità attraverso cui la società di gestione genera i propri profitti, esercita il proprio potere economico, seleziona i settori da finanziare attraverso l’asset allocation e influenza le imprese partecipate?

È una domanda che riguarda non soltanto le banche, ma l’intera industria del risparmio gestito.

Forse, alla fine, la domanda non è se un ROE del 20% sia troppo alto o troppo basso. La vera questione è se il ROE possa ancora essere considerato l’unica misura del successo di una banca, quando già nel 2011, M. R. Kramer e M. E. Porter – il celebre studioso della Harvard Business School, padre della moderna strategia di management – scrivevano il famoso articolo sul “valore condiviso”3

Per decenni abbiamo valutato gli intermediari finanziari quasi esclusivamente attraverso indicatori economici: utile netto, cost/income, dividendi, capitalizzazione di mercato, ritorno sul capitale. Parametri importanti, certamente, ma non sufficienti.

Se la finanza deve essere al servizio del bene comune, allora il giudizio sulla sua efficacia non può fermarsi alla remunerazione del capitale investito. Deve estendersi agli effetti che essa produce sulla società, sul lavoro, sui territori e sulle opportunità di sviluppo. Per questo forse è arrivato il momento di affiancare al ROE nuove metriche segnaletiche della redditività sociale della banca.

Non misure alternative alla redditività economica, ma complementari ad essa, come del resto il criterio della doppia materialità, centrale nella rendicontazione introdotta dal recepimento della direttiva sulla Corporate Sustainability imporrebbe.

Quanto credito viene effettivamente destinato all’economia reale? Quanta occupazione qualificata viene creata e valorizzata? Quanti giovani di alta formazione vengono trattenuti in Italia, invece di espatriare, da un’offerta di lavoro non precario? Quanto viene sostenuto il tessuto delle piccole e medie imprese? Quale contributo viene dato alla coesione territoriale e allo sviluppo delle zone interne e dei piccoli borghi? Quanto valore viene distribuito tra tutti gli stakeholder e non soltanto tra azionisti e top manager?

Sono domande che il mercato raramente si pone e che i bilanci tradizionali non riescono a misurare. Eppure sono esattamente le domande che emergono quando si assume il bene comune come criterio di valutazione dell’attività economica. Forse la sfida del prossimo decennio non sarà costruire banche capaci di generare un ROE del 20%, sarà quella di costruire banche capaci di dimostrare che un rendimento giusto non è stato ottenuto contro il bene comune, ma attraverso il bene comune. È qui che si gioca la differenza tra una finanza che serve l’economia e un’economia costretta a servire la finanza.

Note

  • 1 Cfr. https://www.chiesacattolica.it/linee-guida-in-materia-di-investimenti-etici-e-sostenibili/
  • 2 Cfr. Annuario Statistico Italiano 2025, ISTAT, cap. 14
  • 3 Ci riferiamo in particolare a BlackRock, Vanguard e State Street
  • 4 “Creating shared value”, di M. R. Kramer e M. E. Porter, in Harvard Business Review, gennaio febbraio 2011.
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Giovanni Bianchini
Giovanni Bianchini
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