L’Associazione Beni Comuni Stefano Rodotà, parte del Comitato promotore della 4° Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza, organizza il Seminario “Agenda 2030 versus Prontezza 2030 – Sviluppo sostenibile o economia di guerra: su quale futuro la UE intende investire?” che si terrà a Roma a Palazzo Valentini sabato 26 settembre 2026 alle ore 15.30 – Interverrà la presidente dell’associazione, Antonella Trocino

L’evento rientra nell’ambito delle iniziative della 4a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza a Roma, patrocinata da Roma Capitale. L’appuntamento è calendarizzato il 26 settembre perché in quella data ricorre la Giornata Internazionale per l’Eliminazione totale delle Armi Nucleari istituita dall’ONU, in ricordo del gesto di Stanislav Petrov, il militare russo che il 26 settembre del 1983 vide un computer che segnalava l’inizio di un attacco nucleare Usa, ma intuì che si trattasse di un falso allarme e si rifiutò di seguire il protocollo che avrebbe innescato il primo – e probabilmente l’ultimo – conflitto nucleare della storia.
L’attuale arsenale nucleare globale, che attualmente conta oltre 12.000 testate, si stima abbia il potenziale di distruggere la civiltà umana e gran parte della biosfera terrestre diverse decine di volte1; numeri che variano a seconda del metodo di calcolo utilizzato. Oggi alla minaccia dell’armageddon nucleare, si aggiungono i rischi derivanti dalla crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma a guida autonoma, in fase di sperimentazione in vivo nei conflitti in corso, con deleteri effetti di disumanizzazione del nemico e conseguenze distruttive su habitat e infrastrutture, quotidianamente sotto i nostri occhi.
A più di 40 anni da quel 26 settembre 1983, il mondo sta vivendo una stagione di crisi del diritto internazionale, di ignavia diplomatica e di depotenziamento e delegittimazione delle istituzioni sovranazionali. Nell’undicesima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – svoltasi nella sede dell’ONU a New York tra il 27 aprile e il 22 maggio 2026 – in un contesto di divisioni sempre più profonde all’interno della comunità internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’approvazione di misure concrete a favore del disarmo nucleare (ai sensi dell’articolo VI del Trattato), non si è giunti all’adozione di alcun documento finale, a conclusione di quella Conferenza.
In previsione della prima Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), prevista per novembre di quest’anno, spiccano le crescenti divergenze tra gli Stati che non riescono a condividere concrete iniziative in direzione del disarmo nucleare e della non proliferazione, a cui aspira la maggioranza dei cittadini del mondo. Un anelito, quest’ultimo, ben rappresentato nelle parole di Matsui Kazumi, Sindaco di Hiroshima e rappresentante della Rete dei Sindaci per la pace, che in un comunicato del 1 giugno scorso affermava: “Mayors for Peace è determinata a unire le forze delle sue 8.600 città associate in 166 paesi e regioni, con l’obiettivo di promuovere un clima che incoraggi i leader mondiali a orientare le loro politiche verso l’eliminazione delle armi nucleari. A tal fine, ci impegneremo a costruire una società civile solidale per la coesistenza di tutta l’umanità, integrando una «cultura della pace» nella vita quotidiana”.
L’ultimo rapporto annuale di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) – la campagna che nel 2017 vinse il Premio Nobel per la pace – rivela che i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso complessivamente 119 miliardi di dollari, nel corso del 2025, per mantenere, modernizzare e ampliare i propri arsenali nucleari. Secondo il report, gli Stati Uniti hanno destinato 69,2 miliardi di dollari alle proprie forze nucleari (aumento di 12,4 miliardi di dollari nell’ultimo anno), seguiti da Cina 13,5 miliardi, Regno Unito, 12,6 miliardi, Russia 9,5 miliardi, Francia 7,7 miliardi, India, 2,8 miliardi, Pakistan, 1,5 miliardi, Israele 1,2 miliardi e Corea del Nord 656 milioni. L’analisi mostra come la spesa globale per le armi nucleari continui a crescere, confermando una tendenza già evidenziata da altri studi internazionali sul riarmo e sulla modernizzazione degli arsenali nucleari. Nel corso della “transizione egemonica”2 in corso, da un mondo unipolare ad uno multipolare, l’UE sembra superare le proprie divisioni interne principalmente sulla normalizzazione e prosecuzione del conflitto russo-ucraino, oltre che sul finanziamento del settore della difesa, anche per appalti comuni, mentre il focus sulla “Just transition” è venuto meno. L’UE persegue unicamente un modello di sicurezza basata quasi esclusivamente sulla forza delle armi, a danno delle politiche di coesione, di sicurezza sociale e di transizione ecologica. I vincoli di bilancio degli Stati membri UE rendono difficilmente conciliabile il concomitante perseguimento di politiche di sviluppo sostenibile, per il raggiungimento dei goal dell’Agenda 2030 e degli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi – due strategie globali in cui l’UE, con il Green Deal, con l’Agenda Sociale Europea (e il connesso Pilastro europeo dei diritti sociali) e con il NextGenerationEU con cui dichiarava di volersi collocare in posizione d’avanguardia – con quelle a favore del riarmo, sia convenzionale sia nucleare.
In considerazione della scarsità delle autonome risorse finanziarie UE – con il suo esiguo bilancio pari a circa l’1% del PIL dei Paesi membri – il piano europeo Readiness 2030 (o Rearm Europe) punta a un riarmo basato essenzialmente sui bilanci nazionali, sul debito e sulle decisioni dei singoli Stati membri, pur cercando di stimolare appalti e standard comuni (attraverso il Fondo S.A.F.E.). Gli Stati maggiormente indebitati non possono che fare fronte agli impegni, con un definanziamento dei sistemi di welfare nazionali, drenando risorse fondamentali per la sicurezza umana, in sanità, istruzione, lotta alla povertà, transizione ecologica e risposta alle emergenze umanitarie, nonché nel contrasto all’aumento delle disuguaglianze; ciò anche in considerazione degli impegni assunti in ambito NATO (5% del PIL). Non è un caso che le trattative sul prossimo piano finanziario pluriennale UE (2028-2034) siano ancora in alto mare.
Gli obiettivi del seminario sono quindi quelli di: analizzare i rischi della proliferazione nucleare; esplorare un diverso approccio alla sicurezza, inteso come processo continuo volto a costruire relazioni giuste ed eque, dialogo, coesione interna e cooperazione internazionale, perseguendo la “pace positiva” (secondo la definizione di Johan Galtung) come antidoto al determinismo bellico e alla corsa agli armamenti in ottica di deterrenza; verificare le compatibilità finanziarie con la necessaria transizione ecologica, con la sicurezza sociale dei cittadini e la promozione della difesa civile e nonviolenta del territori, rispetto ai piani di riarmo.
La scaletta che segue, prevede interventi da 10-12 minuti ciascuno, con un breve dibattito finale e una durata complessiva da contenere entro le 3 h., dalle 15:30 alle 18:30. Gli asterischi indicano le conferme già ricevute.
Saluti istituzionali del Vicesindaco della Città Metropolitana, Pierluigi Sanna*;
Introduzione e cenni al “Manifesto per l’Umanizzazione della Società” di Rosapia Farese* (Presidente FareRete InnovAzione BeneComune APS);
“Il ruolo della scienza nella ricerca della pace nell’era dell’intelligenza artificiale” di Giorgio Parisi* (Premio Nobel per la Fisica);
“I rischi dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma letali autonomi (LAWS) e la ricerca scientifica dual use” di Sergio Bellucci*, (Direttore Accademico della Delegazione University for Peace dell’ONU);
“Possibili evoluzioni del rapporto tra NATO e UE e degli investimenti in difesa, al tempo della guerra dei droni”, di Alberto Negri (saggista e giornalista del Manifesto);
“I cittadini denunciano: Fuori le atomiche USA da Aviano e Ghedi”, di Stefania Maurizi* (saggista e giornalista del Fatto Quotidiano);
“Esiste un nucleare di pace?” di Giuseppe Rotunno* (Segretario nazionale Civiltà dell’amore);
“Le guerre e il disastro climatico” di Alessandro Giannì° (Responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia);
“Le guerre, l’Agenda 2030 e la compatibilità con le politiche del green deal”, di Gaetano Benedetto* (Vice Presidente del WWF);
“Finanziare la Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta e non la guerra”, di Giulio Marcon (Sbilanciamoci);
“La mobilitazione della Campagna R1pud1a”, di Cinzia Pettini* (Emergency);
“2030: l’UE vuole preparare la guerra, mentre servirebbe finanziare la transizione giusta” di Antonella Trocino* (Associazione Beni Comuni Stefano Rodotà OdV – Comitato Promotore 4° Marcia Mondiale).
1 Chiedendo all’AI una stima più precisa, la risposta è stata la seguente: “L’uso su vasta scala di tutte le circa 12.000 testate provocherebbe probabilmente un evento in grado di causare l’estinzione di molte specie, tra cui forse anche quella umana, a causa delle tempeste di fuoco, dell’immissione di fuliggine nella stratosfera e del conseguente “inverno nucleare”. Pertanto, sebbene l’espressione “diverse decine di volte” non sia quantificabile in termini rigorosi, essa sottolinea l’enorme eccesso di capacità distruttiva rispetto a quanto sarebbe necessario per provocare una catastrofe globale.”




